Light Painting con Polaroid: “come” e “perchè”

Dopo la pubblicazione su questo sito e sui miei canali social delle mie immagini di light painting più recenti realizzate su polaroid; dopo aver ricevuto una lettura portfolio estremamente incoraggiante da parte di Lens Culture; dopo aver avuto la fortuna di vedere alcune delle mie immagini selezionate per partecipare a 3 mostre collettive quest’anno e soprattutto dopo aver visto la curiosità e spesso anche la confusione che hanno generato nei visitatori delle mostre, ho pensato fosse arrivato il momento di scrivere due parole su come sia nata l’idea di creare questo tipo di immagini e perché, cercando di dare una indicazione della progettualità che c’è dietro e offrendo anche una chiave di previsione di dove tutto questo lavoro mi stia portando.

light painting polaroid presentata ad ISO600 international 2019 Bologna

Io, come si può leggere nella sezione “la mia storia”, ho cominciato ad avvicinarmi al light painting in punta di piedi molti anni fa. Quello di allora era un tipo di light painting che definirei “classico” quello col quale parecchi fotografi creano (alcuni credono di farlo purtroppo) immagini dal sapore caravaggesco e pittorico. Solo negli ultimi anni sono entrata in contatto con “quell’altro” tipo di light painting, quello nel quale non ci si limita ad illuminare ciò che già esiste, ma si può “creare” dal buio. Definire e catalogare questo modo di fare light painting è certamente difficile, se non impossibile, perché è una pratica creativa così nuova e “completa” da aver generato decine di correnti e stili diversi, basati pesantemente su qualità come la manualità, l’ingegno e la capacità di costruire nuovi strumenti. Questo ha inevitabilmente generato un gruppo di artisti che si sono concentrati su aspetti molto diversi tra loro: c’è chi fa light-blading producendo immagini astratte, chi fa graffiti, chi fa ritratti, chi esplora l’interazione della luce con specchi e caleidoscopi, chi crea elementi che si incastrano nel paesaggio naturale o architettonico, e chi dipinge a mano libera. Io da buona sperimentatrice fotografica ho provato praticamente di tutto (solo i graffiti non ho mai provato) ma indubbiamente sono stata maggiormente attratta dall’ultima categoria che ho elencato, il dipinto a mano libera: trovavo semplicemente sorprendente che si potessero creare dei disegni nel buio assolutamente senza nessun aiuto e ancora di più farlo con una costanza e dedizione tale da produrre dei mosaici (che per me sono veri e propri capolavori) come fa Chris Bauer ad esempio. Consiglio vivamente di visitare il suo sito e di tenerlo d’occhio perché ogni nuovo mosaico che tira fuori lascia a bocca aperta.

Storicamente i mosaici si sono sempre sposati bene con la polaroid e quindi la tentazione di tradurre quello che fa Chris in polaroid era fortissima, ma dal primo momento che ho provato a disegnare a mano libera nell’aria e al buio ho capito che non sarebbe stato per niente facile. Sperimentare nella fotografia digitale è qualcosa che viene da sempre incoraggiato ed è virtualmente a costo zero. Sperimentare in Polaroid è tutt’altro che gratuito ed è altamente frustrante sia per gli iso fissi, che costringono ad utilizzare torce con diversi livelli di intensità, sia per una proprietà intrinseca delle polaroid: la prima cosa che si nota infatti è che la pellicola è sensibile in modo diverso ai diversi colori e questo ha reso l’inizio frustrante e sicuramente non qualcosa che un giovane studente squattrinato si sarebbe potuto permettere.

light painting in polaroid

La prima cosa che ho cercato di fare quindi è stato testare varie tecniche per cercare di aiutarmi ad avere dei riferimenti spaziali nel buio: ho provato ad usare un pannello di plexiglas come guida, potendo così definire un bordo limite della mia immagine dentro il quale dipingere: questo ha generato la prima serie di paesaggi notturni con una land camera sx-70 (ma i tempi di esposizione non potevano mai superare i 14 sec) e con la 600 dopo l’acquisto delle fotocamera I-1 della Impossible Project (la prima fotocamera per polaroid a dare la possibilità di usare la posa B). Le polaroid dei su citati paesaggi sono pubblicate qui. Per queste immagini ho usato un pennello di fibre ottiche nere attaccato ad una torcia: la gestualità era quella di un pittore, la grande difficoltà era quella di non vedere cosa si stesse facendo. Indubbiamente però da quel momento per me il light painting è diventato qualche altra cosa rispetto a quello che avevo visto fare fino a quel momento della mia vita. Mi chiedevo: e se si riuscisse davvero a dipingere con la luce come i pittori dipingono con i vari materiali? Sarebbe possibile dipingere qualcosa e far vedere le pennellate di luce come si vedono le pennellate nei quadri? Sfumature, spatolate, puntinature sono tutte cose che siamo abituati a vedere nei quadri di pittori e che da essi sono spesso usati non solo per definire uno stile estetico ma anche un linguaggio espressivo. La mia domanda dunque: era possibile studiare delle tecniche per fare lo stesso con la luce? In fondo la luce veniva fuori dalle punte dei miei pennelli e con una posa lunga era possibile mostrarne una scia, cioè una pennellata, mentre battendo il pennello sul plexiglas era possibile imitare la tecnica della spugnatura. Cos’altro sarebbe possibile fare avendo del tempo per sperimentare e un po’ di ingegno? Il fascino di fare tutto ciò in polaroid anziché in digitale è quantomeno ovvio: è necessaria disciplina, concentrazione e conoscenza del mezzo per ottenere esattamente il risultato che ci si è prefissi senza alcuna possibilità di intervenire dopo. Un inizio di studio sistematico sulle pennellate e sui tempi di esposizione ho provato a farlo nel mio primo mosaico polaroid ispirato a “Studio di colore, quadrati con cerchi concentrici” di Kandinskij, che trovate qui. In fondo dovendo “consumare” delle polaroid per fare prove di pennellate, tanto valeva cercare di trarne qualcosa che si avvicinasse ad un’opera d’arte e questa, che per Kandinskij era esattamente ciò che rappresentava per me, mi è sembrata l’opera giusta.

E’ nato così il mio percorso, che alla fine ha visto il perfezionamento di una mia tecnica, ovviamente basata sulle mie incapacità (Chris Bauer probabilmente non avrebbe bisogno dei miei “accrocchi”) e sulla voglia di creare dei veri “dipinti di luce” in cui la fotografia resta solo un processo fisico per fissare le mie immagini. E proprio questo punto rappresenta sia la forza che la debolezza dei miei lavori, che ormai non si può più dire se siano delle fotografie o no. Osservando le persone che hanno visitato le mostre nelle quali sono state esposte le mie polaroid spesso vedevo confusione, in realtà se vogliamo il mio è un uso “improprio” del mezzo fotografico, anche se questo rappresenta il mio traguardo: quanto impropriamente posso usare il processo fotografico per dipingere? Si vedrà, per ora sono tornata sui libri di arte per studiare vari pittori che mi piacciono e capire quanto e cosa del loro lavoro può essere trasposto nelle mie polaroid, e soprattutto quanto tutto ciò possa essere funzionale all’espressione di qualcosa che non le renda solo un tentativo di copia. Da questo punto di vista il mio viaggio è ancora lungo e sento come se avessi appena cominciato a grattare via la punta dall’iceberg, ma sono pronta ad immergermi, anche se tutto questo dovesse portare a niente di più di quello che mi ha già dato, che per il 2019 è già molto più di quanto io non abbia raggiunto in precedenza.

Infine se quello che ho scritto qui vi ha incuriosito o ispirato non esitate a contattarmi. Se invece volete sapere di più sul “perché” ma soprattutto sul “come”, vi segnalo un workshop di light painting in polaroid che mi vedrà come tutor il prossimo 16 novembre 2019 presso MyInstantLifeStudio.

 

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